Il Pio luogo degli Esposti di Malegno

L’antico ospedale degli esposti di Valle Camonica, ubicato -entro i limiti del territorio censuario appartenente al comune di Malegno- sulla riva destra dell’Oglio, in prossimità del ponte di legno (crollato il 20 luglio 1700, poi distrutto e spostato -nel corso dell’Ottocento- qualche decina di metri più a valle) che metteva in collegamento il locale asse stradale principale con l’abitato di Cividate, operò durante lo svolgersi dei secoli per fronteggiare il drammatico problema dei trovatelli dei quali assicurava la raccolta e l’accudimento. Il meccanismo della “ruota” -una sorta di bussola piazzata a fianco dell’ingresso dell’ospizio che permetteva ai depositanti di rimanere occultati agli incaricati della ricezione- che girando sinistramente provocava il ferale tintinnìo di una campanella annunziante, spesso nella muta profondità delle ore notturne, l’avvenuto abbandono furtivo di un morbido fardello rappresentava il segno più tragico dello stato miserevole in cui versava la Valle, ma nello stesso tempo diventava simbolo della pietà dei nostri antenati che -dinanzi ad un radicato di- sordine morale ed al ruvido, triste calendario della vita quotidiana- aveva saputo creare una così preziosa istituzione. Nella società camuna del passato; soprattutto in antico regime, l’esercizio della solidarietà e della carità veniva supportato da una minuziosa organizzazione nata attorno alla vicinia che aveva disegnato sul nitido fondale della fede cristiana un reticolo di realtà benefiche dedite all’aiuto verso le fasce più deboli: monti dei grani e dei denari, confraternite, legati del sale e del pane, case di Dio, consorzi di misericordia. L’unica situazione che sfuggiva all’intervento municipale era quella dell’infanzia abbandonata ed esposta, divenuta una piaga allargata, con implicazioni negative sotto il profilo etico e sociale. La struttura malegnese, sviluppatasi presumibilmente da una stazione; di posta e di ristoro inserita nella rete di collegamenti viari creata in epoca romana, assunse intorno al Mille le funzioni di xenodochio della pieve di Cividate, per fornire rifugio ed assistenza religiosa a passanti e pellegrini. Dopo essere stato governato dai Benedettini di San Faustino di Brescia,almeno dai primi decenni del Duecento l’ospizio fu retto da un insediamento di frati Umiliati, la cui attiva presenza nell’ambito della società indigena è testimoniata da una serie di atti notarili risalenti ai secoli XIII-XIV. Già allora alla casa stava unita una cappella, l’attuale chiesetta di Santa Maria, un tempo dedicata alI’Epifania, intitolazione da mettere in connessione con l’essere il luogo un frequentato transito per le persone che percorrevano la Valleriana. Dal culto dei Magi scaturisce l’ipotesi che nell’antichità potesse sorgere in quell’area un sacello pagano consacrato a Mercurio, protettore di mercanti e viaggiatori. Nel cambiamento del nome epifanico appare la volontà di riaffermare il significato della maternità di Maria, naturale cornice allo specializzarsi da parte dell’istituto nella difesa dell’infanzia. Gli ultimi ricordi della residenza degli Umiliati risalgono a metà Quattrocento; già nel 1459 il brefotrofio risultava governato da un Bartolomeo di Malegno, su incarico ricevuto dal Capitano di Valle Camonica per facoltà conferita dal consiglio valligiano. Vi abitavano trentasei ospiti, tra fatui e bambini dei quali si ignorava la paternità. Superata non senza difficoltà una contrapposizione in materia di giurisdizione tra la comunità valligiana e l’autorità vescovile, sul finire del secolo XV l’entrata dell’ospizio nell’orbita del consiglio di Valle appare consolidata. L’organismo ne controllava il funzionamento tramite le figure dei presidenti -indicati di norma con cadenza annuale, in numero di due ed assistiti dal collegio dei deputati pubblici che li autorizzava di volta in volta all’esercizio delle funzioni e alle spese di carattere straordinario- e del “ministro” (un economo direttore), selezionato con la procedura dell’appalto e tenuto a prestare fideiussione. Dal secondo Cinquecento al 1800 l’ospedale riceveva ogni anno una media di 31,5 bambini; la misura cresceva a 42,5 nel periodo 1801-40 e quasi raddoppiava (56,4) negli anni 1841-60. In parte questi sfortunati, chiamati “figli della terra ” o esplicitamente “bastardi”, erano esposti nelle contrade della valle, deposti nei portoni delle chiese, sotto i porticati degli oratori campestri, alle grate delle santelle, ai crocicchi dei viottoli, davanti alle canoniche, agIi opifici ed alle abitazioni dei consoli, affinché ne fosse agevolato il ritrovamento; muniti di contrassegni utili per eventuali riconoscimenti si presentavano sistemati in “cesti di giunchi”, “involti in cenci grossolani”, infilati entro panni logori da carbonai o in rozzi sacchetti riempiti di fieno, coperti da pelli di pecora. Tra i segnacoli più comuni -accompagnati dall’attestato dell’avvenuta somministrazione dell’acqua battesimale- si avevano: medagliette dedicate all’Immacolata (con la scritta “Maria concepita senza peccato prega per noi che a Voi ricorriamo”), di varie grandezze, intere o spezzate in modi particolari; distintivi di Cristo crocefisso o di Santi; piccoli crocefissi mancanti dei braccio del bastone inferiore; “amuleti detti volgarmente agnus” ricamati con simboli religiosi; immaginette sacre recise a metà; pezzetti di carta o cartone rigati o decorati; coccarde di stoffa; frammenti di fotografie; lamine di ottone; monete “tagliate in forma di conio”; rametti di ulivo. Al momento dell’accettazione si metteva al collo del bambino una medaglia marcata nel diritto con numero progressivo ed anno di ingresso, nel rovescio con la dicitura “Brefotrofio di Valle Camonica “.
La struttura dovette fronteggiare profonde crisi economiche, tanto che i derelitti ivi ospitati “pativano grandemente e morivano di fame” per l’impossibilità di “ritrovare tante nutrici che piglino esse creature a nudrire”, carenza dovuta al fatto che il salario era “troppo tenue rispetto alli tempi penuriosi et alle molte fatiche et spese che li convien fare, dovendoli nudrire et allevare christiànamente”; periodicamente l’organo comunitario era costretto ad aggiornare i ristretti onorari.

Il sussidio pubblico invogliava i villici a prendersi gli esposti per metterli poi a profitto nelle faccende domestiche e nelle occupazioni agresti. Durante i secoli si aggiunse la funzione di accogliere infermi bisognosi, donne nubili e miserabili “illecitamente incinte”, bambini per brevi periodi nel caso le famiglie di provenienza non potessero accudirvi o le madri fossero ammalate o soggette a regime carcerario. Tra Sei e Settecento vennero meglio precisati i compiti di amministratori e ministri. Nel 1719 l’assemblea di Valle deliberava il varo di capitoli vertenti sulle modalità di gestione economica della casa, sulla riscossione degli affitti e delle entrate, sul consumo delle scorte alimentari, sulla resa della contabilità. Il ministro era chiamato ad assolvere le seguenti prestazioni: “doverà assistere le creature inviate con lettere del pressidente o cancelliero et dar ricetto anco a quelli che verranno di nascosto posti nella rota; invierà all’ospitaI maggiore di Brescia quel numero di creature che verrà ” fissato; “doverà invigilare con quella destrezza et secretezza possibile per venir in luce dei padri o madri delle creature che verranno esposte, acciò li pressidenti possino usar quei rimedi che stimaranno oportuni per sollievo del ospitale; procurerà che le creature siano ben custodite et governate”, stiano pulite ed esenti da “mal francese”; riscuoterà i crediti e consegnerà il ricavato “al pressidente acciò possa pagar le nutrici; riscuoterà con ogni diligenza tutte le rendite et quelle, nel fine che sarà al Natale, consignar al pressidente; procurerà che siano coltivati quei prati che fanno bisogno per mantenimento delle bestie che si tengono particolarmente per aver il caldo; custodirà tutte le scritture, libri erragioni dellogo”. Con regolamenti introdotti nel 1704 e nel 1718 (riguardanti pure il servizio della “ministra”, ch’era affiancata al responsabile maschile) si decideva che il ministro “debba invigilare che le baile siano provedute di latte sufficiente per il necessario alimento degl’esposti, somministrando alle medeme tutto ciò che abisognasse invigilando per saper se fossero infette di qualche mala dispositione o diffetto tanto nel corpo quanto nell’animo; debba procurare con ogni studio che tutta la famiglia viva costumata e cristianamente e che nel luogo non si facciano bagordi, nè ricreationi illecite, nè alcuno si trattenga a magnar e bevere senza che sii per necessità e bon servitio del luogo e sii levato ogni trattenimento di gioco”; annualmente batta le contrade della valle a far la questua; verifichi “che la biancheria, letti, fornimenti di quella, utensili di cucina et altri simili che sono necessarii al uso quotidiano siano sotto la cura della ministra, facendo nettare e pezzare ciò occorrerà; che le grassine, farine, minestre et altro inserviente all’uso e vitto quotidiano siano in amministratione e custodia d’essa ministra, essortandola ad usar de medemi con la dovuta morale ecconornia”.
Il brefotrofio disponeva di un non disprezzabile patrimonio immobiliare proveniente da un incessante flusso di donazioni elargite dalla locale aristocrazia. Numerosi sono i benefattori che meritano la menzione: i dottori in diritto civile e canonico Andrea Urtica di Cemmo (+ 1591-92) e Giovanni Maria Parisio di Vezza (+ 1612), i notai Cristoforo Federici di Gorzone (+ 1606) e Pietro Andrea Francesconi di Bienno (+ 1621), il parroco di Ossimo Superiore Evangeli- sta Aliprandi Griffi (Niardo 1548 c. – Brescia 1607), l’avvocato Orazio Recaldini di Niardo (+ 1616), i nobili Leandro Federici di Sonico (1619) e Giovanni Abramo Federici (Brescia 1606 – Erbanno 1638), Giacomo Pietroboni di Malegno (+ 1622), il rettore di Villa di Lozio Antonio Maria Pennacchio (+1665); tra tutti si distinse il notaio Giovan Francesco Moscardi (Darfo 1573 c. – Breno 1649). Negli anni immediatamente successivi alla caduta della Repubblica di Venezia l’ospizio venne governato da un consiglio, costituito da tre membri, nominato dal prefetto del dipartimento del Serio. A decorrere dal 1808 la direzione venne assunta dalla Congregazione di Carità di Malegno (i cui membri erano scelti dalla deputazione comunale). Nel 1810, a seguito dell’accorpamento del municipio malegnese a quello di Breno, la conduzione passò alla Congregazione di Carità di Breno, per ritornare nel 1817 di nuovo a quella di Malegno, avendo quest’ultimo comune riacquistata la desiderata autonomia.

Attraverso questi convulsi passaggi l’ospizio si trascinò in intensi squilibri finanziari. Tra aprile 1817 e febbraio 1818 fornì ricovero alle persone infettate dal tifo petecchiale che si era diffuso nel distretto: oltre 1500 contagiati risiedettero nell’infermeria, con mortalità di 222 soggetti. Praticata una energica disinfezione, il fabbricato ritornò al normale utilizzo nell’autunno de11818. L’anno dopo una risoluzione imperiale riordinava il comparto caritativo favorendo, nel 1822, la formazione in ente autonomo dell’ospizio, messo sotto la vigilanza del commissario distrettuale di Breno. A partire dal 1822 venivano create le mansioni di medico direttore e di amministratore economo (poi chiamato presidente), concentrate in due soggetti, nominati dalla Delegazione Provinciale di Bergamo. L’organigramma era completato da un custode (cui si aggiunse nel secondo Ottocento un registrante, responsabile dell’ufficio di consegna), da una inserviente (in seguito con compiti e titolo di levatrice), da un segretario ragioniere e da un esattore cassiere (per esigere le rendite annuali ed eseguire il pagamento dei mandati). Tra i presidenti susseguitisi nel secolo scorso spicca don Angelo Franzoni (Ossimo Inferiore 1812 – Cividate 1888) che ricoprì per trent’anni l’incarico, provvedendo: “all’esazione di tutti gli affitti, interessi, censi, canoni enfiteutici; all’escussione dei debitori morosi; alla rinnovazione in tempo debito delle affittanze ed al reimpiego dei capitali affrancati; all’assicurazione dei fabbricati contro gli incendi; all’iscrizione e rinnovazione delle ipoteche; alla custodia nella cassaforte dei documenti di credito, come di ogni altro titolo di valore; alla conservazione dei fondi costituiti in ipoteca; all’annotazione dei trasferimenti di proprietà degli immobili soggetti ad ipoteca; all’agricoltura dei beni stabili condotti in economia, vigilando che sia condotta secondo le regole dell’arte, e promovendo l’applicazione di tutti quei miglioramenti che sono suggeriti dalla scienza e dalla esperienza; a nuove piantagioni nei campi e nei prati, ove fossero necessarie od utili; alla conservazione dei muri dei fondi ed alla costruzione di quelli che mancassero o fossero necessari per la difesa dei fondi e per la conservazione dei loro confini; al mantenimento delle servitù attive e dei diritti di possesso; all’osservanza delle epoche fissate per il taglio dei boschi e delle regole da eseguirsi per migliorarne il rimboscamento; alla promozione della vendita dei fondi dai quali si ricavasse una rendita non soddisfacente; all’esecuzione scrupolosa di tutti i patti convenuti cogli affittuali circa la coltivazione dei fondi; alla vigilanza sull’esatta registrazione nei libri d’ogni spesa e d’ogni entrata; alla liquidazione delle note delle spese fatte per interesse dell’ospitale, come anche le mercedi dovute alle nutrici ed agli allevatori; all’osservanza scrupolosa della disciplina degli impiegati”. Altri presidenti degni di nota furono il notaio comasco Pietro Bartolomeo Vittadini (Brienno 1837 – Breno 1911), il ragioniere Eugenio Tovini (Cividate 1846 -1916), il tenente colonnello dei carabinieri Vittorio Emanuele Guelfi (Edolo 1860 – Breno 1928). A coadiuvare il presidente stava il medico direttore, con funzioni di responsabilità nella gestione della struttura. Più precisamente rientravano tra i compiti di questa figura: “la sorveglianza sulla regolarità delle consegne dei trovatelli e dei registri d’ufficio, nella corrispondenza coi parroci e colle deputazioni comunali, sia per promuovere riservate elargizioni a favore dell’ospizio, sia per la cura ed educazione dei trovatelli che si affidano alle nutrici in campagna, così pure nella corrispondenza colle autorità politiche e criminali in argomento di esposizioni d’infanti, nonché coll’autorità giudiziaria civile per la tutela degli esposti congedati; la vigilanza sull’intero andamento dell’ospizio; la cura medica chirurgica dei trovatelli con accertamento dei sintomi di rogna, mal venereo, croste al capo, tigna, scrofole, scorbuto, ostruzioni al basso ventre, rachitide od ernie; la visita a quelli che s’infermano presso le nutrici, non che la cura usata a quelle disgraziate fanciulle che si raccolgono nell’ospizio a sgravarsi”.
Qualificata fu l’opera del medico Luigi Cuzzetti (Breno 1814 – Provaglio 1867), estensore nel 1846 di un fondamentale piano organico che consente di gettare uno sguardo meno superficiale sull’organizzazione del servizio e sulle condizioni generali dei ricoverati. La relazione si apriva riprendendo alcune memorie secondo le quali “è certo che questo Pio Stabilimento trae origine dai cenobiti Umiliati sparsi in diversi paesi della Valcamonica, alcuni dei quali avevano ritiro nel locale del brefotrofio; quivi per loro santissima cura si raccoglievano tutti quei bambini che, nati da commercio illegittimo, crudelmente erano abbandonati sulle pubbliche vie, impedendo in tal modo i segreti infanticidi ed altri moltiplici delitti di simil fatta; quivi per loro opera si porgeva a quest’infelici ed innocenti vittime ogni utile soccorso”.

Cuzzetti descriveva con minuzia i doveri del custode, tenuto a mantenere segretezza e a ritirare i fanciullini depositati nel “torno o ruota”, gli illegittimi spediti dai parroci o dai deputati civici, i bambini trovati per strada, i poppanti ed i figli di madri malate ricoverate presso ospedali e prive di mezzi per mantenerli a casa loro (che dovevano comunque essere riconsegnati, alla guarigione delle madri), gli illegittimi partoriti in carcere da madri ivi decedute ed i legittimi similmente nati in galera (da restituirsi al momento della liberazione delle madri), i legittimi abbandonati da genitori resi irreperibili, i figli di donne nubili e miserabili partoriti nell’ospizio. La ruota si apriva sul far della sera ed era collocata sotto la stanza del custode. Tra le mansioni quotidiane si annoveravano quelle di cercare le nutrici disponibili lungo l’intera Valle e nei circondari di Lovere, Clusone e Tirano; nutrire gli slattati maschi restituiti dalle famiglie; accendere il fuoco in casa, dal primo novembre a tutto marzo; provvedere alla chiusura serale della porta “un’ora dopo l’Avemaria”; “invigilare perché fosse mantenuto il buon ordine, la tranquillità e la disciplina”; svolgere funzioni di guardia campestre nei terreni dello “stabilimento”; far “scopare il cortile e il portico”; disporre “nel tempo della Santa Pasqua i maschi maggiori alle confessioni ed alla Santa Comunione attendendo perché non manchino ad intervenire alla dottrina cristiana”; tenere pulito l’oratorio nel quale celebrava di buon mattino il cappellano. Dal canto suo il segretario doveva registrare “tutti gli esposti che entrano in serie progressiva sul libro porta accompagnando ciascuno di essi con un biglietto d’ingresso da attaccarsi alla testa della culla o del letto; marcare tutti i segni distintivi, i vizi ritrovati, per esempio cecità, gibosità, nei, ed altre circostanze rilevate, il modo, come, in qual giorno ed ora, di che apparente età fu esposto; mettere -dopo il battesimo- il nome sul detto libro”. Inoltre aveva la responsabilità del “carteggio d’ufficio, della spedizione dei mandati di pagamento, della compilazione dei conti preventivi e consuntivi, della tenuta in buon ordine dei registri delle attività e passività, della conservazione dell’archivio. Il Cuzzetti sottolineava come la finalità precipua dell’istituzione fosse quella “di mandare i lattanti alle balie di campagna in tutti i tempi dell’anno, onde promovere la loro prosperosa educazione e diminuire la mortalità: sarà quindi obbligo particolare del custode di procurare delle nutrici sane, preferendo sempre le contadine”, previo rilascio di positivo referto medico. Per evitare il rischio di rimanere sprovvisti di balie immediatamente disponibili, si stipendiavano due donne di Cividate, obbligate ad allattare due bambini a testa per ogni occorrenza; alla mancanza di latte naturale si suppliva artificialmente “con latte di vacca fresco colla decozione dei fusti del formentone o dei fiori di tasso barbasso e zuccaro, allattamento specialmente usato pei bambini affetti da lue celtica oda scabia onde evitarne il contagio”. A ogni balia si consegnavano un “libretto a stampa di pratica, portante i principali doveri verso il bambino, sette pannicelli di tela canape, tre fascie di canape e stoppa e due reganelli di lana” (per ogni lattante fino a sei mesi).
Al compimento dei dieci anni per i maschi e degli undici per le femmine cessava la copertura del servizio esterno e gli esposti rimanevano a totale carico di coloro che li avevano cresciuti, salvo un intervento finanziario dell’ospedale -di- mensionato alle reali possibilità economiche delle singole famiglie- in presenza di malattie particolari, condizioni di debolezza mentale o cattiva conformazione dei fanciulli. Mediante l’acquisizione di informazioni riservate presso i sacerdoti e le giunte comunali la direzione accertava se i “figli presso i contadini siano trattati con carità ed amorevolezza e mantenuti sufficientemente, se si allevano nel timore di Dio, nella frequenza della Chiesa e se apprendono qualche mestiere”.
Ciascuna delle balie interne poteva allattare due bambini, nella stanza dei poppanti, dove erano collocati i letti, ognuno con due culle ai lati; alle stesse venivano distribuiti una colazione fatta di zuppa, un pranzo a base di minestra con riso o pasta, carne di vitello, verdura e formaggio, una cena con minestra, due uova e un boccale di vino.
All’ epoca la famiglia degli esposti era suddivisa in quattro classi: “lattanti, fino ai diciotto mesi incirca; piccioli, dai diciotto mesi ai cinque anni; mezzani, dai cinque ai dieci anni; grandi, dai dieci ai sedici anni se maschi, fino ad un’età indeterminata se femmine”, Con esclusione dei “lattanti,piccioli, impotenti ed infermi, tutti gli altri si alzavano da letto alle ore sei nella state ed alle sette nell’inverno; subito alzati e vestiti si lavavano ed indi recitavano le consuete orazioni coll’assistenza dell’inserviente che vestiva e lavava i piccioli e poi pettinava tutti gl’individui del pio luogo”. L’inserviente (che “raccoglieva gli esposti appena entrati, aveva cura della loro fisica e morale educazione, teneva conto della biancheria e degli altri effetti di ragione della pia causa, provvedeva alla pulitezza del vestiario”) sorvegliava i ragazzi affinché fossero mantenute la “quiete, l’obbedienza e che non dicano parole contrarie all’amore che devono portarsi fra di loro come fratelli, che non insorgano liti, questioni od altri inconvenienti contrari alla buona disciplina del pio luogo, come pure perché gli esposti che andassero alla scuola a leggere, scrivere e conteggiare o ad apparare qualche arte o mestiere non abbiano uniti a fermarsi per la strada ed a commettere mancanze consentanee alla loro età”. Si consumavano tre pasti: colazione, pranzo a mezzogiorno, cena alle cinque: ad inizio Ottocento il “trattamento era fissato ad una libbra di farina mellicone da ridursi in polenta per ogni esposto alla mattina ed a quattro centesimi formaggio; alla sera trattamento eguale”.

La domenica e le feste comandate gli interni si recavano ad ascoltare la Messa ed effettuavano una passeggiata, quando la stagione lo consentiva; quotidianamente era prescritto un po’ di moto in cortile. Oltre ad osservare una diligente (almeno nelle intenzioni) “pulizia dei bambini, negli abiti e nei letti, e ventilazione nei dormitori”, due volte alla settimana si approntavano nelle stanze da letto dei “profumi col legno e colle bacche di ginepro” allo scopo di tenere lontane malattie contagiose. Le femmine venivano inviate a servizio, mentre i maschi apprendevano un lavoro presso artigiani e bottegai, “onde abilitarli a procacciarsi il vitto ed il vestito” mediante un piccolo salario. Le bambine piccole e mezzane imparavano “sotto la scuola dell’inserviente i lavori analoghi alle femmine”. Le ragazze “grandi” potevano essere richieste di “servire e cucire” a favore dell’ospizio; in caso di impiego in questi lavori per un tempo superiore a tre anni continuati ricevevano, all’atto del loro collocamento sul territorio, in “regalo due camiscie di tela canape, due grembiali e due fassoletti da collo nuovi di tela lino bianchi e due paia calzette di filo”. I guadagni che i ragazzetti conseguivano dai datori di lavoro venivano conservati nella cassa del pio luogo e consegnati al momento dell’uscita. Per maritarsi le giovani dovevano ottenere il consenso del direttore, agente in qualità di tutore: la casa dava loro una somma a titolo di elemosina dotale, a matrimonio celebrato. A seguito dell’applicazione del regio decreto del 3 agosto 1862 l’ente fu eretto in Opera Pia. Nel 1871 venne avviata la procedura, affidata alla provata competenza giuridica ed alla sensibilità sociale dell’avvocato Giuseppe Tovini (Cividate 1841 – Brescia 1897), per l’adozione di norme che aggiornassero quelle del 1846. Con il nuovo statuto organico, licenziato il 20 settembre 1872, l’amministrazione subiva una radicale riforma venendo ad essere costituita da un consiglio formato da un presidente e da un direttore (votati dalla Provincia), oltre a tre delegati, uno per ogni mandamento (Edolo, Breno, Pisogne) nei quali era suddivisa la Valle, designati dai municipi. Le funzioni di commissario furono ricoperte, dal momento della loro introduzione (1873) al mutamento di compiti dell’ente (1928), da alcune stimate personalità: tra questi i dottori in legge Francesco Ballardini (Breno 1845 – 1914) e Pietro Enrico Sigismondi (Breno 1843 – Brescia 1907), il consigliere provinciale Agostino Zeccoli (Capo di Ponte 1840- 1908), il cavalier Felice (Corna di Darfo 1829 – 1899) e l’avvocato Giuseppe Bontempi (Corna di Darfo 1858 -1925), il notaio Pietro Paolo Camadini (Sellero 1883 – Incudine 1951). A decorrere dall’1luglio 1874 cessava l’esercizio della ruota, sostituita da un ufficio di consegna, “ove sotto il suggello del segreto si abbia la certezza che l’assistenza tanto caritatevole e dispendiosa non vada a profitto di genitori così barbari, che si sbarazzano della loro prole legittima per poter continuare senza molestia una vita di dissolutezze e di riprovazione”. Il 29 settembre 1891 venne aggiornato lo statuto, per ottemperare al regio decreto del 17 luglio 1890 concernente il riordino delle Pie Istituzioni. Più tardi, sul finire del 1914, sollecitata dalla deputazione provinciale l’amministrazione studiò una sequela di integrazioni e modifiche; le stesse furono però giudicate di poca levatura dall’organo di controllo che invitò a soprassedere. Perdurando la carenza di balie interne, nel gennaio 1918 il consiglio presentò alcune proposte nello sforzo di incentivare il collocamento all’esterno dei bambini mediante l’aumento dei salari alle nutrici di campagna, la definizione di un programma di allattamento artificiale, l’inserimento dell’obbligo per le gestanti di rimanere nella casa sei mesi dopo il parto in qualità di balie, la concessione di un premio alle madri di illegittimi disposte ad allattare le loro creature. I provvedimenti non diedero purtroppo i risultati sperati ed incontrarono l’ostilità delle autorità superiori che non vedevano di buon occhio la dispersione sul territorio degli infanti, ritenendo meglio -per la difesa della pubblica moralità- un loro concentramento nei locali dell’ospizio. Il 27 febbraio seguente, rilevati gli sconfortanti esiti del piano: di nutrimento artificiale e la dilatata mortalità riscontrata nei neonati, l’amministrazione deliberava di sospendere l’accettazione degli illegittimi (al mantenimento dei quali, da allora in avanti, avrebbero dovuto pensare i comuni di provenienza), mentre alle gravide, prima dell’accettazione, si ingiungeva di dichiarare l’impegno a portare con se il loro nato al momento della dimissione. Sia pure con lentezza ci si avviava alla trasformazione da casa di accoglienza ad istituto erogatore di sussidi. Già in seduta del 7 giugno 1923 si iniziava a discutere di modifiche allo statuto. Nel 1924 la regia commissione straordinaria per l’amministrazione provinciale conveniva di unificare sotto la sorveglianza della Provincia medesima il servizio di assistenza alla prole illegittima per tutto il bresciano, esonerando l’ente camuno dal provvedere agli esposti del circondario valligiano. Nel marzo 1924 il governo dell’istituto ne riaffermava l’autonomia ed esprimeva l’orientamento che con gli introiti annuali si dovesse ideare e sostenere una scuola d’arti e mestieri a vantaggio dei trovatelli.
Il 14 ottobre 1924 determinava il mutamento del titolo in Pia Fondazione per l’infanzia abbandonata di Valle Camonica, proponendo ai municipi l’erogazione delle rendite per due terzi in sovvenzioni ai ragazzi illegittimi ed abbandonati (contributi per frequenza ad istituti di indirizzo agricoloprofessionale, indennizzi straordinari in caso di infermità, premi ad allevatori) e per la restante quota a favore della scuola professionale di Valle. Il 13 febbraio 1926 si stabiliva di formare un nuovo statuto, delegando il presidente Guelfi ed i commissari Camadini e Ceriani a predisporne lo schema, pronto ed adottato il 28 luglio seguente. Ottenuto il nulla osta ministeriale alla trasformazione definitiva deliberata in data 28 luglio 1926, il consiglio i19 settembre 1927 faceva proprio il moderno testo normativo, aderendo contemporaneamente alla Confederazione generale degli enti autarchici. Con la risolutiva approvazione dello statuto, avvenuta il 15 marzo 1928, si concludeva un lungo capitolo nella storia della benefica istituzione: si apriva quello; ancora corrente, che ha visto la Pia Fondazione assumere una decina di anni fa le funzioni di Centro socio-medico-psicopedagogico e della riabilitazione.*
*Questo lavoro, condensato di una più ampia ricerca, deriva dall’esame di documenti conservati presso l’Archivio Storico della Pia Fondazione, gli Archivi di Stato di Brescia e di Bergamo, l’Archivio Vescovile e la Biblioteca Queriniana di Brescia, la Raccolta Putelli di Breno, numerosi Archivi Parrocchiali e Comunali della Valle Canonica.

Tratto da: “Le voci di Malegno -edito dalla biblioteca comunale di Malegno- di Oliviero Franzoni”